22 agosto 2008

in qualche modo avrei voluto ricominciare, nonostante i giorni (le settimane, i mesi) passati senza il minimo impulso a rimettere qui il mio paio di piedi virtuali, ma non sapevo proprio come fare. se c'è così tanto tentennamento dietro all'attuazione di un qualsiasi progetto, allora probabilmente significa che quest'ultimo poggia sulle motivazioni sbagliate e che occorre ripensarlo alla radice. l'ho fatto, ed eccomi qua.
in cambio delle scoperte che ho strappato dal filo da cui penzolavano silenziosamente e messo in tasca per il futuro, ho dovuto dire addio ad alcune certezze irrinunciabili per un blogger come si deve. in primis la certezza di avere dentro qualcosa che valga la pena di essere scritto - da me - e letto - da te che passi di qui per un qualche motivo. più vado avanti e più penso: che diavolo ci fa qui qualcuno che non sia il mio fidanzato o mia mamma? perchè questo qualcuno anzichè me non sta leggendo yates o carver sotto un albero, o (se proprio proprio ha voglia di stare davanti a un pc) qualche blog che lo sappia informare/emozionare/divertire/stimolare a una qualche riflessione produttiva sulla vita l'universo e tutto quanto? ce ne sono eh. ma non il mio, il mio è solo

una ricerca di attenzione da parte di un ego insicuro e traballante
(mi cito và)

come se ne trovano a bizzeffe. ma peggio, perchè sa di esserlo.
quindi suppongo che questi siano dei saluti: a chi torna qui ogni tanto per vedere se sto bene (cavolo sì, intrecciata nei soliti casini ma in fondo bene così bene lo sono stata poche volte dopo i 3 anni e mezzo), a chi mi conosce ma non mi sente da un po' e vorrebbe sapere come procede (mandami una mail no? l'indirizzo è lì a fianco pronto per te), a chi è capitato qui per caso e spera che nei post precedenti ci sia qualcosa di in qualche modo interessante o entertaining (temo di no, ma grazie per aver provato!).

prima del congedo definitivo mi concedo solo un ultimo tentativo di rendere questo spazio telematico vagamente utile. se per qualche motivo non ancora l'avete fatto:
ascoltate gli okkervil river, sbrigatevi che presto arriva il nuovo album e il nuovo tour.
cercatevi anche martha wainwright, andrew bird, the national, cat power, neutral milk hotel, fleet foxes. sto ascoltando in questo preciso momento il nuovo di beck e non mi spiace per niente, in più qualche settimana fa ho scoperto bon iver e devo dire che era un po' che non mi imbattevo in un fulmine musicale tanto luminoso.
divorate la filmografia di wes anderson e la trilogia della vendetta di park chan-wook, ma anche andare a una qualsiasi arena estiva a vedersi l'ultimo episodio di batman potrebbe essere un'idea niente male: dura abbastanza, doppia scorta di pop corn.
leggete il più possibile ma, in caso non abbiate capito l'antifona, non questo blog. io ho iniziato da poco ad avventurarmi dentro david foster wallace e no so ancora come ne uscirò. scrivete anche, ma, in caso non abbiate capito l'antifona, non come in questo blog!

un abbraccio a tutti e statemi il meglio possibile.



18 giugno 2008

glueing all the fragments.

le mie modalità d'espressione ultimamente hanno un carattere spiccatamente lapidario, musicale o, nella migliore delle ipotesi, sconnesso. temo di non riscire proprio a fare di meglio, coi tempi che corrono.


(trovato nel blog di ele)

10 giugno 2008

standing all alone in the electrostatic rain.

io non so davvero da dove provenga questo costante desiderio di provarmi, vincermi, superarmi da sola. il mondo come un campo di battaglia in cui non faccio altro che ripetere il solito eterno conflitto tra la me che sono e quella che vorrei essere - che devo essere a tutti i costi. la tensione è sempre alle stelle, i muscoli sempre tesi, perchè il momento di riposo dopo la battaglia lo trascorro in attesa di una nuova sfida da propormi: sfidare la mia capacità di sopportazione, di giudizio, di comprensione, di distruzione. si perde la capacità di capire cosa si desidera perchè persino il desiderio è un luogo di lotta tra la strenua resistenza e il totale cedimento.
la battaglia più grande è proprio trovare un luogo in cui farmi vivere in pace. un cinema buio in cui risuonano solo risate sincere, la stanza in via cavour che è sempre fresca anche se sento il cervello bollire, tutti i sedili di tutti gli autobus da cui in silenzio osservo il mondo. le parole, molto spesso. eppure non basta: questi centimetri nient'affatto scontati in fin dei conti sono un'inezia rispetto ai chilometri che faccio a perdifiato. senza essere mai contenta, spostando l'ostacolo un po' più in là.

8 giugno 2008

another uninnocent, elegant fall into the unmagnificent lives of adults.

ero pronta a scrivere della serata di venerdì con laura, di come tutto sembri perfetto mentre si sta da soli su un notturno preso al contrario, mentre si attraversa la città con la mente traboccante e vuota allo stesso tempo. miracolosamente.
pronta. poi è arrivata una telefonata, e da quei cinque secondi di nokia tune in poi mi è sembrato di non sentire nulla. pronta non lo sono più.
non ho mai creduto che la mia famiglia fosse perfetta, pago ogni giorno il prezzo di questa consapevolezza nel constatare che questo è l'unico ambito in cui sono immune da idealizzazioni o speranze di miglioramento. quando mio padre, nei lunghi tragitti in macchina tra le campagne marchigiane, ha iniziato a responsabilizzarmi sull'imperfezione che rappresentiamo noi cinque e tutto il mondo di legami di sangue ci circonda probabilmente ancora non ero in grado di toccare terra coi piedi. seduta sul sedile con le gambe a penzoloni lo ascoltavo intrecciare racconti i cui protagonisti mi erano fin troppo conosciuti: nessuna principessa nessun tesoro e nessun drago, ammesso e non concesso che mia nonna non si possa definire il drago di questa storia infinita. ho imparato presto le fragilità degli adulti attraverso gli errori di una madre verso cui sono sempre stata ipercritica e le debolezze di un padre verso cui sono sempre stata iperprotettiva, in questo non ho avuto scelta perchè loro hanno deciso per me. i miei genitori - più o meno consciamente - hanno rinunciato ad essere entità incrollabili agli occhi di una bambina di una ragazzina di una ragazza, per mostrarmi sin dall'inizio la verità nascosta dietro a un ben confezionato quadretto: la bontà di mio padre e la tenacia di mia madre, che bella casa che bel cane quante risate, i libri i film i viaggi i discorsi di sinistra. non è l'amore che mi è mancato, in fondo niente mi è mancato se non la possibilità di rimanere fuori da dinamiche che non dovevano appartenermi. mi hanno trascinato dentro e il prezzo è stato crescere, solo e soltanto sotto certi aspetti, a una velocità inconsueta per una bambina per una ragazzina per una ragazza. il prezzo è stato farmi carico di vicende a cui potevo solo assistere, che mai e poi mai avrei potuto cambiare.

a un certo punto della storia, però, devo essermi persa qualcosa. dev'esserci senz'altro qualcosa che mi sono persa se a tredici anni ero tenuta a sapere tutto, mentre a ventuno quello che merito sono messinscene agghiaccianti e bugie poco credibili. d'un tratto devo essere diventata troppo piccola e troppo fragile, proprio ora che combatto per crescere davvero e fortificarmi davvero.
ora, a ventun'anni molto più che a tredici, non so cosa dire cosa pensare e cosa provare..perchè non so cosa essere. una bambina si dispererebbe per l'accaduto e prenderebbe il treno per ancona. un'adulta se ne laverebbe le mani con freddezza e continuerebbe a costruire la sua vita il più lontano possibile da lì.
e io?

5 giugno 2008

yesterday was dramatic - today is ok.

è tutto a posto qui.

prendo treni assonnati alle sei di mattina e mi scordo in ancona la mia maglietta preferita. assisto piuttosto divertita all'arrivo di una bolletta del gas da duemila euro e all'esplosione del modem perchè la mia coinquilina tonta non sa leggere il contatore e spegnere apparecchi incandescenti. misuro distanze sempre più striminzite tra me e gli esami. mi confronto a forza di cadute con le aspettative che ho su di me, molto più irriducibili e prepotenti di quelle che da qualche giorno a questa parte non nego di avere sugli altri.
ma è tutto a posto qui.

nell'aula fresca del dams leggo un messaggio che mi tira fuori un sorriso tanto sfrontato da catturare l'attenzione delle mie amiche. ho una destinazione quest'estate, un nuovo posto da scoprire il cui pensiero mi tiene viva come aveva fatto l'irlanda l'anno scorso. progetto serate ad ascoltare roma dal terrazzo di casa mia, mentre le nostre parole si confondono coi clacson e i nostri abbracci si sciolgono nelle luci arancioni. a bordo del treno roma-ostia mi incanto osservando la luce del sole sulle pagine che ho sotto gli occhi e mi dimentico la storia, quella del libro e la mia.
per questo, per molto altro, è tutto a posto qui.

31 maggio 2008

q&a.

con la pelle che brucia e i muscoli già addormentati, penso che questo posto lo conosco a memoria. dalla puzza di pesce appena scesa dal treno in poi non esistono misteri: so come si comporteranno i genitori, i fratelli, le amiche, i concittadini, il cane. so tutto, e non perchè sia particolarmente arguta.

dovrei essere prepararata alle gioie e ai dolori di questo eterno ritorno dell'uguale, mi dico.

eppure da ieri sera non riesco a fare a meno che ripetermi una domanda, che scrivo qui nella speranza che un giorno possa tornare a leggerla con una risposta in tasca (o che qualcuno voglia condividere la sua risposta con me): l'unica via che ho per stare bene è non aspettarmi niente, dalle persone e dalle situazioni? troppe volte sento dire che non avere aspettative e ricevere una bella sorpresa è meglio della delusione che quasi sempre segue come conseguenza al caso contrario. io ci ho provato, mi sono obbligata più volte ad adottare questa tecnica di sospensione del giudizio nella speranza di togliermi di dosso questa costante patina di delusione verso ciò che mi circonda; non resisto più di cinque minuti, naturalmente. mi piace avercela col mondo di default, o semplicemente credo che per apprezzare veramente qualcosa sia necessario che questo si confronti con le mie aspettative, persino nell'eventualità di una assai probabile delusione?
io voglio essere messa nella posizione di stupire o deludere (e in questo caso, se credo ne valga la pena, di migliorarmi) le persone che ho vicino. voglio arrogarmi il diritto di aspettarmi qualcosa da loro, senza sentirmi la solita esigente rigida rompipalle.

(...)

credo di essermi risposta da sola.

30 maggio 2008

I die fast in this city.

i miei tre anni di lezioni alla facoltà di lettere e filosofia di roma3 finiscono senza inutili cerimonie o nostalgie di sorta, con l'ennesimo caffè al bar dello studente e le chiacchiere davanti alla fotocopiatrice con monica - la mia mamma romana, una delle prime persone in cui mi sono imbattuta nell'ottobre 2005. so che tornerò in quel grande edificio grigio molte volte ancora, mi aspettano gli ultimi esami, lo studio dentro l'enorme biblioteca, innumerevoli caffè; però so anche che si accorciano le distanze rispetto al momento in cui saluterò definitivamente quel luogo e tutto ciò che di importante contiene tra le sue mura. verso una destinazione ancora da definirsi.
quello che ho imparato in questi tre anni di cambiamenti sempre più radicali non riguarda tanto percorsi formativi o carriere future (rispetto a cui dire che sono incerta è un pallido eufemismo), ha a che fare con una maggiore consapevolezza sul proprio modo di essere, di vivere, di stare con gli altri: da questo punto di vista ogni giorno da che mi sono trasferita è stato un passo in più dentro me stessa e dentro roma.
appena arrivata, dopo diciott'anni trascorsi una cittadina fastidiosamente tranquilla, la reazione al caos in cui mi ero scaraventata con le stesse mie mani è stata cercare un punto di riferimento nel quartiere in cui ho vissuto per due anni e nella persona che aveva iniziato quest'avventura con me. avevo desiderato con tutta me stessa una nuova realtà ma ora che l'avevo tra le mani ero semplicemente terrorizzata, così ho ritenuto che una continuità con le mie origini fosse l'unico modo per sopravvivere; non capivo ancora che perdere la bussola era l'unico modo per trovare la strada. poi la mia bussola, in una torrida giornata d'agosto, ha deciso di rompersi, lasciandomi libera di buttare alle spalle facce amiche e strade conosciute per avventurarmi nel nuovo.

ad aspettarmi c'era monti, il quartiere ebraico, testaccio, il giardino degli aranci, campo de' fiori, trastevere, le ville i ponti e le terrazze.
ad aspettarmi c'era una tenacia che non credevo di possedere, ma anche paure e ansie nascoste dietro l'angolo che chiedevano solo di essere affrontate.

l'arrivo di simone non era previsto. una sera di dicembre stavamo bevendo una birra in un bar di trastevere, lo avevo appena portato a vedere il gianicolo e la fontana dell'acqua paola, ed è iniziata una discussione su gatti e motorini che ho affrontato con la testa immersa dentro sogni apparentemente irrealizzabili. come potevo sapere che dopo due mesi mi sarei trovata ritrovata a condividere la quotidianità insieme a qualcuno sperduto come me, curioso come me? lui è diventato un punto di riferimento, ma diversamente da arianna non ha mai rappresentato la rassicurazione del passato, bensì le potenzialità di un presente che pulsa sotto le infinite strade di una città sempre meno estranea. la mia - la nostra - crescita ha come premessa necessaria il muoverci senza cartina: la prima volta a villa pamphili ci abbiamo messo due ore per arrivare, e non è che fosse così lontana.
imparare le strade e cercarne di nuove.
perdersi e ritrovare casa.

24 maggio 2008

in a supporting role.

in questi giorni di cielo in perenne evoluzione, il rincorrersi a perdifiato delle nuvole getta sulla città luci diverse, la dipinge di tinte cangianti e mi propone nuove prospettive persino sui luoghi che ormai conosco a memoria. ora so che il pizzaiolo egiziano (egiziano?) che ci sta tanto simpatico sorride anche in mezzo ai più violenti temporali, l'ho osservato lanciare pezzi di buonumore in tutte le direzioni mentre il resto di roma malediva la pioggia e il mondo tutto. mi piacerebbe conoscere la ricetta della sua felicità, e magari anche della sua pizza.
la strada che mi porta all'università alterna tratti di degrado urbanistico quasi affascinante alla bellezza incorruttibile della basilica di san paolo, sotto la cui figura imponente ieri si dispiegava l'umanità più varia che tu possa immaginare. fermarmi a osservare il parco schuster nonostante il ritardo per la lezione di politica economica è stato vedere un quadro molto amato come se fosse la prima volta, è stato rivedermi nel mio primo tragitto sul 23 con gli occhi di un'alessandra più grande di tre anni.
in giorni come questi, giorni in cui il costante mutare del cielo dei colori e delle luci toglie riferimenti dentro al mio pezzo di mondo più familiare, avverto più opprimente che mai il peso di tutte le vite che non sto vivendo se non come perenne attrice non protagonista. di tutte le opportunità che ho lasciato andare per paura, delle scelte che ho rimandato solo per vederle sfumare. delle relazioni di cui ho subito le dinamiche e di quelle in cui non mi sono data abbastanza. il pensiero di tutto ciò che non tornerà mi butta a terra senza preavviso: l'attrice non protagonista ha la faccia spremuta sull'asfalto e le ginocchia sbucciate, il pubblico è scosso dalla prestazione degna di un melò d'altri tempi.
è così che finisce? con me per terra e un repentino cambio di scena verso storie più interessanti? se al pubblico va bene, a me no: il pensiero di tutto ciò che non tornerà mi butta a terra senza preavviso, ma a farmi riprendere il cammino sono le storie che aspettano di essere scritte.
tragiche esaltanti noiose appassionanti, le vivrò più che posso. la platea non se l'aspetta proprio.

21 maggio 2008

il vento stanotte ha chiuso le persiane e i miei occhi appena aperti stamattina non hanno trovato il quotidiano, confortante, spiraglio di luce del buongiorno. piove anche oggi; l'acqua trova spiragli per entrarti dentro al cervello e diluire ogni sensazione, conferendole una pesantezza ingestibile.
esco di casa col cervello annacquato e i piedi freddi, i passi uno dopo l'altro a segnare un percorso in avanti a zig zag tra le pozzanghere e gli ombrelli più grandi del mio, e uno a ritroso in cui un'altra me fa dietro front per ributtarsi nel letto coi vestiti impregnati dell'odore di pioggia. ma ecco, a volte è solo questione di trovare la giusta colonna sonora per sintonizzare i pensieri su ciò che, molto più di questo infinito temporale, toglie leggerezza a ogni singolo movimento che compio, reale o metaforico, in avanti o a ritroso. a volte è solo questione di capire, camminando sotto la pioggia con ed harcourt a braccetto, che il momento in cui si dice basta a qualcosa non dev'essere atteso ma profondamente voluto.
quel momento era lì, lo stavo vivendo con tutta me stessa.
con le macchine che mi carezzavano il fianco volando rapide sull'acqua,
con ed harcourt,
con un sorriso accennato,
con te che non sei mai mai mai lontano,
con i piedi sempre più bagnati,
con la mente sempre più asciutta.



If the storm is coming, the storm is coming
The storm is coming
It's gonna make a beautiful sound
I hope it turns your life upside down

19 maggio 2008

I don’t hear a word they’re saying, only the echoes in my mind.

le piroette dello scorso weekend, coi colori accesi e le emozioni quasi accecanti, hanno lasciato spazio alla pace e alla solitudine di questo.
spazio. avevo bisogno di spazio più di qualsiasi altra cosa al mondo.
intorno a me ho fatto scendere il silenzio mentre tutti avvertivano l'urgenza di seppellirmi sotto cumuli di parole sul niente, ho perimetrato un'area che fosse ampia abbastanza da permettermi i movimenti che sentivo come necessari ma non troppo da dare nell'occhio.
mi sono mossa tra le stanze a piedi nudi, i miei movimenti cullati dagli unici due ospiti ben accetti in questa casa negli ultimi due giorni: il vento, che si faceva strada tra le finestre aperte a ogni ora del giorno, e la musica. ho letto giornali e libri, ho riempito i quaderni di schemi, ho ripetuto il necessario per l'esame che avrò tra due ore, ho cucinato e mangiato, mi sono sdraiata sul letto e da lì ho lasciato la mente vagare dove preferiva solo per il gusto di vedere quale sarebbe stata la destinazione. la destinazione è stata un sogno banale e drammaticamente ingenuo, che strati di razionalizzazioni e di autodisciplina avevano nascosto ai miei occhi e ai miei ricordi, eppure non meno vivido di qualche anno fa. per finire ho infilato la prima maglietta e le prime scarpe e ho camminato; un figura viola, stupita e affascinata tra le vie di testaccio, stupita dai vecchi palazzi, dalle finestre sul cielo blu, dai cortili, dal silenzio di un mondo che la domenica al tramonto è come sospeso.

oggi è lunedì, e io ho un conto in sospeso con charles darwin e con quei gran simpaticoni dei sostenitori del disegno intelligente. andiamo và.

(grazie a chi mi ha commentato pur non avendo niente da consigliare, e a chi per altre vie mi ha fornito perle di arte spagnola!)

17 maggio 2008

c'è nessuno?

pippe mentali a parte, ho un raffreddore che non mi dà pace e sto entrando nella penultima settimana di lezioni della mia prima laurea triennale.
poi esami, poi se dio vuole vacanze.
qui entri in gioco tu, caro lettore, che esisterai pure da qualche parte anche se spesso a scrivere qui mi sento come la particella di sodio della pubblicità, a darmi consigli utili per passare l'esame di spagnolo e permettermi così di accorciare le distanze tra me e la spiaggia di portonovo.
a parte miguel bosè, puoi farmi i nomi di qualche gruppo/cantante spagnolo che faccia canzoni nella sua lingua? l'adorabile russian red purtroppo canta in inglese.
a parte pedro almodovar e la sua sconfinata cinematografia, puoi farmi i nomi di film in lingua spagnola con cui drogarmi per i prossimi dieci giorni?
se non è troppo disturbo, ovvio. muchas gracias!

15 maggio 2008

like a volcanic flow.

non è solo viaggi incontri e amici, la mia vita. non è solo weekend in compagnia, concerti, epifanie che illuminano la quotidianità.
la mia vita è spesso e volentieri una lotta per tenermi a galla, un annaspare poco elegante a vedersi: il tentativo di proiettare ogni mio sforzo sull'altro, anche quello di scrivere un blog che in modo implicito/esplicito non fa altro che allontanare l'attenzione da ciò che di me è più vero proprio perchè più sbagliato, è tutto fuorchè un gesto di antropofilia. è solo cordardo, e sono certa che non mi porterà molto lontano. ho la presunzione di credere che molte persone vivano così, mentendo a sè stesse: guardarsi dentro è doloroso e un buon libro è comunque preferibile.
a rompere una quotidianità costruita ad arte per dimenticarmi di me stessa, due volte a settimana sono costretta a ricordarmi di avere un corpo un cuore e una testa che non sempre agiscono secondo le mie rigide direttive: prendo un autobus che mi porta nel cuore della città, suono un citofono, salgo due piani di scale, mi siedo. e parlo.
bisogna sempre partire sempre da sè stessi, ha detto. come ogni volta è stata implacabile nello smontare la mia non troppo robusta impalcatura di spiegazioni razionali, quasi affettuosa nell'ascoltarmi mentre arrancavo in sempre più deboli tentativi di giustificazione. il dolore che creo, le aspettative che genero, i meccanismi di cui sono motore: tutte cose che seppellirei volentieri sotto strati di vittimismo o di fatalismo da quattro soldi secondo cui, se mi trovo a soffrire o far soffrire, la colpa è o degli altri o è del caso. forse vivrei meglio, sicuramente non scenderei quei due piani con la testa che pulsa e la sensazione piuttosto sgradevole di essere appena finita sotto a un treno.
eppure due volte alla settimana, immancabilmente, sono lì.
la speranza che mi animava due anni fa non si affievolita ma è maturata, è meno cieca e più consapevole: salvare qualcosa della spazzatura che è gran parte di me, se c'è qualcosa da salvare, è solo compito mio. dobbiamo sempre partire da noi stessi, ha detto.

13 maggio 2008

hope they're staying glued together, I've arms for them.


una corsa in taxi sull'appia antica come prologo e epilogo dei nostri tre giorni a madrid, con le stesse due mani che si stringevano e gli stessi occhi che guardavano fuori l'incanto di uno dei luoghi più belli di roma.
in mezzo c'è una storia troppo difficile da raccontare: parla di tre amici che si ritrovano dopo un lungo periodo di silenzio senza spiegazioni, ma ancora di più di tre persone in cammino. mentre imparano a conoscersi di nuovo, i tre amici si accorgono di essere cresciuti di un paio di tacche e, anche se a soli ventun'anni non sanno un bel niente della vita, hanno la presunzione di essere molto migliori del resto del mondo e di sè stessi qualche anno fa. a ventun'anni è lecito, e loro lo sanno. mentre una madrid dal fascino stupefacente li tiene stretti in un abbraccio materno, ognuno dei tre amici racconta storie, dipinge volti, canta canzoni che conducono gli altri un passettino in più dentro la sua vita di adesso, nella speranza che tanto basti per colmare la distanza accumulata.
ho osservato i miei due amici camminare tra i corridoi della stazione di atocha, ho provato a fotografarli mentre riannodavamo meglio che potevano i lacci della loro intimità e mi sono rimaste delle foto mosse di cui solo io colgo l'intensità. ho riso con i miei due amici fino a che le lacrime non mi hanno bruciato le guance insieme al sole del parque del buen retiro, ho riso di battute vecchie e nuove senza il minimo pensiero scuro per la testa. ho salutato i miei due amici davanti alla stazione alto de extremadura, sapendo che tra due mesi torneranno dai loro erasmus con le valigie pesanti di ricordi e i sorrisi già nostalgici.
lasciando che un pezzo di me rimanga con lui a madrid, e un altro la segua a parigi.

7 maggio 2008

nothing ever happens here.

rincorro le giornate con rabbia, non voglio che finiscano. non possono permetterselo.
ho mangiato poco gli ultimi due giorni, più per necessità che per una reale fame, e se mi conoscessi capiresti com'è strano questo per i miei parametri.
ho aspettato una risposta per ventiquattro ore, finchè l'etere mi ha mandato un no doloroso quanto un pugno in faccia: una possibilità volatilizzata dopo mesi di fiducia ma di più, molto di più, la necessità dolorosa di sapere chi voglio essere nella mia vita. dolorosa perchè se togli gli stage, se togli i crediti, se togli le tesine gli esami e le lezioni, se togli tutto e lasci me, non hai che una ragazza di ventunanni che
non ha la più pallida idea di cosa fare della sua vita
.
(chiedo scusa, dovevo essere evidente e esplicativa)
che si guarda intorno perennemente perplessa e febbrilmente curiosa, che ha una
paura abissale
(di nuovo scusa)
e non trova di meglio da fare che rifugiarsi nelle pieghe di una quotidianità piena di doveri al solo scopo di dimenticare l'evidenza sopra-grassettata. ma basta un no, spedito nell'etere, ed è un pugno in faccia impossibile da schivare.


giurisprudenza dovevo fare.

4 maggio 2008

I think everything counts a little more than we think.



stringi stringi ci sono io, io prima e dopo le persone di cui amo scrivere.
io e villa aldobrandini, io e una piramide come stella polare, io e le strade bollenti di roma che questi giorni scoppia di turisti come mine impazzite.
io e una macchina fotografica, io e una matita appuntita, io e innumerevoli tazze di caffè amaro.
io che non riesco a trovarla, la felicità netta di cui tutti parlano, ma che sto iniziando ad arrendermi all'idea che per stare bene devo scendere a patti con uno spiccato talento nel non riuscire ad accontentarmi mai.
io che sono cuspide e posso scegliere se mi piace più l'oroscopo di acquario o pesci, io che scelgo pesci perchè rob brezny parla di idee e io di idee sono piena da scoppiare. per quanto campate in aria, per quanto irrealizzabili e utopiche, mi imbatto in epifanie nascoste dentro le ultime vasche in piscina, dentro flussi di parole sotto un ombrellone, dentro una quantomai abbondante porzione di moussaka.

per amore di completezza ho appurato che, secondo internazionale, sono pesci.
è fatta rob: come tu mi insegni non mi rimane che migliorare la mia vita.

2 maggio 2008


(credo che si possa indovinare quale paio di piedi è il mio)

per tre notti su un materassino da mare, ai piedi del letto di cui solo ora riprendo possesso.
mi accorgo di come questo blog sia alla fin fine una goffa celebrazione delle persone che ho vicino e un altrettanto goffo tentativo di fissare, nel caotico fluttuare dei pensieri, alcuni punti dotati di una pervenza di stabilità. alcune zone in cui proprio quelle beneamate sfumature su cui ogni esistenza si deve basare assumono contorni più netti e tinte più decise. potrei parlare degli okkervil river (l'ho già fatto) o del gelato alla vaniglia (prima o poi lo farò), ma il più delle volte capita che mi venga da parlare delle persone. non di tutti, nemmeno di molti, di certo non di chiunque.
di eleonora, ad esempio, scriverei sempre: il mondo è il suo teatro. tre giorni con lei sono contemporaneamente un viaggio nel tempo, una corsa sull'ottovolante e una seduta dallo psicologo, sono la primavera dopo un inverno di silenzi che mi è parso lunghissimo, sono molte altre cose. in tre miseri giorni ho fatto scorta di ricordi da custodire nella tasca interna della giacca, al riparo da sguardi o mani altrui, e ho inghiottito la mia connaturata ansia da prestazione per provare, per una volta, a darmi senza riserve. ascoltare mi riesce facile: le persone di cui ho voglia di scrivere su questo blog sono innanzitutto quelle a cui dò un'attenzione quasi devota, quelle nella cui vita mi immergo senza paura. essere io a parlare di me: ecco la vera impresa. a volte, più vado avanti e più mi accorgo di quanto rari siano questi episodi di assoluta empatia, mi capita di sentire sotto la pelle la consapevolezza che non c'è davvero bisogno di arginare le proprie ondate di sentimenti e che, non si sa come non si sa perchè, è giunto il momento di prendere la parola. eleonora vede la mia onda e non si scansa, si butta dentro i flutti e si lascia travolgere. e ti travolge.


gli ennesimi saluti di questa primavera sono più sereni di quelli con cristina, meno amari di quelli con arianna e diletta, si riassumono nello slancio di un abbraccio assonnato e nella sicurezza sorridente che ci rivedremo prestissimo.
tra una settimana, a madrid.

27 aprile 2008

she never tought it would or could be easy.

(post in ritardo, ma non mi va di cambiarlo. mi piace che rimanga così)

ti avrei detto dei pensieri di queste ultime ventiquattr'ore.

di tutte le volte in cui sono stata sicura di aver perso qualcuno e di come questa sensazione non sia mai stata definitiva. giovedì sera ho chiacchierato fino a notte fonda con una persona che tre anni fa credevo persa, e l'ebrezza di due amiche che si sentono vicine nonostante le distanze e il dolore rimpiva la macchina insieme al fumo delle loro sigarette. solo la mattina dopo mi sono accorta che c'è uno e un solo caso in cui le nostre vite non possono più per definizione incontrarsi con quelle di qualcun altro. che per il resto c'è sempre un'altra possibilità.

della mia famiglia. ho pensato a quello che di noi dò per scontato, ai respiri di mia madre mentre legge sul letto, ai passi di mio padre la mattina all'alba, ai grugniti di federico e alla voce di andrea, che sta diventando quella di un uomo. ho pensato a perchè mia madre abbia preso così tragicamente la notizia di ieri, al perchè di tutte quelle lacrime, e non so se sia empatia verso francesca o la sensazione che anche suo padre se ne andrà presto lasciandosi dietro solo la scia pesante dei suoi silenzi. mamma è così talmente granitica la maggior parte del tempo, lo sai, e non abituerò mai a vederla crollare come una bambina.

ho pensato a cristina, a francesca, e a come le coincidenze più spiacevoli a volte non si verifichino solo nei film. mi sono immaginata la fragilità di cri a otto anni, l'ho immaginata diventare adulta combattendo ogni giorno contro la rabbia e contro il vuoto, cosa che non ho mai fatto davvero in questi mesi insieme ai suoi sorrisi e alla sua ostinata positività. quando domenica a pranzo ho presentato cristina a una francesca piccolissima e distrutta, le avrei voluto dire "guarda, in qualche modo si va avanti e si cresce, guarda lei".

poi però ho pensato all'inutilità dei consigli, dei riferimenti e in fin dei conti delle parole.
a me e a te. alle persone che amiamo e abbiamo amato.
a quel dolore che a volte sento così forte e incurabile, che mi rende cieca nei confronti di una mia reale possibilità di miglioramento.
e poi a me e a te, di nuovo.
i pensieri si sono rincorsi, si rincorrono ancora senza pace. li seguo e cerco di acchiapparli, li prendo in mano e li ho osservo, ci gioco e li lascio volare via.

23 aprile 2008

rumorosamente.


osservare le persone partire ha un sapore strano. la dolcezza di ogni momento trascorso e l'amarezza di sentirlo allontanarsi dietro le spalle si mischiano a un profondo senso di vuoto che oserei definire asperrimo (era dalle elementari che volevo usare questa parola). penso alle numerose volte in cui sono stata io a salire su un treno o un aereo - quello per parigi è partito da ciampino poco meno di sei mesi fa - e mi chiedo cosa possa aver provato chi rimaneva. egoisticamente mi trovo a immaginare che abbiano sentito i sapori che ho in bocca io, che per almeno un attimo abbiano provato una malinconia tanto profonda da dover chiudere gli occhi (anche su un autobus, chessò, in un posto qualunque dove di solito non si chiudono gli occhi), che abbiano avuto la tentazione di rincorrermi e tenermi lì.
non l'hanno fatto, perchè è giusto lasciar andare. è giusto cadere, è giusto rialzarsi, è giusto ingoiare la tristezza insieme al resto, tenerla nello stomaco finchè una volta digerita non ha più potere.
mi concentro sulla dolcezza di essere stata io, questa volta, a spalancare delle porte a loro. anzi, loro le porte le hanno buttate giù a calci come bruce willis nei film. senza chiedere permesso, hanno dormito nel mio soggiorno bevuto la mia camomilla e usato la mia doccia. hanno fatto un giro dentro spicchi del mio mondo: giornate di sole su un prato, esseri umani della più diversa età provenienza e natura, i gelati de la fata morgana, programmi trash da vedere distese su un enorme materasso, foto scattate a caso, fugaci momenti per raccontarsi mentre fuori da freni e frizioni imperversa l'uragano.
e poi sono partite, rumorosamente come sono arrivate.
inebetita e vagamente irritata dalla mia stessa debolezza, sono rimasta ad osservare un'intera giornata trascorrere nell'inutile tentativo di far riavvolgere il tempo. perchè io, si sa, non sono una che ama piangersi addosso. ora che è di nuovo mattino, e ora che non ho nessuno da salutare, sono io a fare le valigie.
il posto sempre quello, ma con una novità dai capelli ricci e il sorriso contagioso.

intanto, se a qualcuno capita di leggere questo post, chiedo un favore: mi consigliate musica per giorni primaverili? per giorni di sole sfacciato, ma anche per giorni di nuvole rapide e vento rompiscatole. grazie!

18 aprile 2008

I've been here many times before.

i giorni sono istanti, iniziati e già dietro le spalle. si dice prima il dovere e poi il piacere, ma appena ho chiuso coi doveri è ora di dormire, che il giorno dopo ci si deve svegliare presto.
non mi lamento quasi mai, sarei ingiusta se mi dimenticassi che, a parte quelle poche ore di ozio in più, ho davvero tutto ciò che mi serve: l'amore dato e corrisposto, un'ambiente sereno in cui tornare ogni sera, un conto in banca che mio padre riempie per permettermi di fare ciò che mi fa stare bene, un'inesauribile voglia di imparare, una maglietta nuova di snoopy, la musica sempre nelle orecchie e non solo.
solo una cosa, però, rende gli istanti dei lunghi giorni: la lotta infinita per la ricerca di un equilibrio. l'imperterrito e interminabile tentativo di non finire risucchiata dall'abisso buio dei miei stessi pensieri. tengo i pugni chiusi mentre osservo le ore dilatarsi, esitare a concludersi, stupite del fatto che ancora sia in piedi e non sul letto raccolta ad abbracciarmi le ginocchia.
non ho tempo per fermarmi, non ho tempo per pause o indugi, ma il tempo per arrendermi chissà perchè non manca mai.
un po' di spazio per farmi del male lo riesco sempre a trovare.
così mi chiedo: come può una persona di media capacità, di media intelligenza, di media sensibilità, essere dotata un'ostinazione così inarrestabile e estrema nel voler distruggere tutto ciò che ha?

come posso?

15 aprile 2008

logic of a friend.

(le mie amiche quando parlano)

mi sono passate a prendere venerdì. l'aria era tiepida e per una sera sembrava davvero primavera. piadine e vino, mi hanno raccontato cose che le altre quattro sapevano a memoria: sconosciuti all'università, amiche deludenti, progetti per l'estate. mi hanno aperto la porta di un mondo a cui non appartengo più come se la chiave mi spettasse di diritto; non importa se la loro delicatezza non mi ha evitato di sentirmi estranea, a volte quasi superiore, a una dimensione che è sempre tristemente identica a sè stessa.
ero lì, eravate lì. eravamo lì.
nemmeno la musica orribile aveva grande importanza, nemmeno quella canzoncina ska che hanno messo a un certo punto a ricordarci senza nostalgia come eravamo sei anni fa.
ma è domenica che ho capito, non venerdì nè tantomento sabato. domenica eravamo sul mio letto e arianna ha aperto un'ulteriore porta, diversa da quella di due giorni prima: la porta piccola che tiene nascosta davanti a cui pone un muro di risate rumorose e discorsi paradossali, dietro cui conserva un buon numero di demoni e casini.
volevo dirle che a volte mi manca tanto. volevo dirle che non sto bene come dovrei e come vorrei. volevo dirle che ho paura di perderla.
nel momento in cui ho capito che non ce n'era bisogno e che potevo semplicemente ascoltarla parlare in silenzio, lei è entrata (ancora una volta) nel mio mondo.